Smart Working: cos'è e perché è diverso dal tele-lavoro

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Il concetto di smart-working o lavoro agile è entrato a far parte in queste settimane del nostro lessico quotidiano. Qual è il significato di smartworking e perché è differente dal telelavoro?

Può essere sufficiente leggersi semplicemente la definizione di lavoro agile su wikipedia per avere una prima risposta abbastanza esaustiva. Quel che è certo, è che smart working e tele lavoro non vanno confusi tra loro.

Complice la situazione emergenziale contingente, in molti ci siamo scontrati con la necessità di digitalizzare il nostro lavoro dall'oggi al domani, senza possibilità di progettarne per tempo le dinamiche.

Andrebbero infatti valutate, a completamento delle analisi di processo, anche le dinamiche operative che contraddistinguono telelavoro e smartworking, delineando opportuni progetti di supporto: workplace design, coworking, small office, home office...

Tralasciando al momento le dinamiche operative specifiche, ho voluto concentrare l'attenzione sui valori fondanti il concetto di smart working.

Avevo già parlato di smartworking e lavoro agile qualche anno fa proprio su questo blog, accennando alcuni elementi di contesto e alcuni valori di riferimento, ma credo che alla luce di quanto è accaduto in queste settimane sia necessario un approfondimento ulteriore.


Smart-working e tele-lavoro non sono sinonimi

Smart working e tele-lavoro sono quindi due concetti molto differenti, non sono sinonimi e non sono intercambiabili. Prima di tutto andrebbe quindi fatto un approfondimento sul significato e sui processi che sottendono il concetto di smart-working.

Non voglio addentrarmi in questa sede nei riferimenti legislativi e contrattuali (non ne ho le competenze), ma vorrei fare un passo avanti rispetto alla semplice distinzione di tele lavoro come prestazione che viene retribuita a ore lavorative e di Smart working come prestazione retribuita per obiettivi.

Va superata infatti anche la semplificazione che dipinge lo smart working banalmente come la possibilità di lavorare anche in spiaggia, dovendo solo rispettare una scadenza e un risultato.

In un progetto integrato di smart working non ci si limita alla sola definizione di una scadenza e di un obiettivo, ma si progettano le relazioni e i flussi di comunicazione, si impone una visione olistica dell’apporto umano alla creazione di valore. Altrimenti anche lavorare per obiettivi e scadenze risulterebbe essere meramente un processo edulcorato di smart working (o se vogliamo di telelavoro evoluto).

È la centralità delle relazioni umane e dei flussi di valore a rendere smart il processo lavorativo. Come nella produzione industriale lean-production (o produzione snella) non significa solamente produzione just-in-time ma implica una ridefinizione anche umanistica degli attori coinvolti nella supply-chain, così nello smart working è necessario introdurre una catena di valori (o value-chain) e una rete relazionale integrata per poter iniziare a parlare di un progetto realmente smart.

Ovviamente nel settore delle consulenze, nel settore commerciale, amministrativo o creativo è molto più semplice strutturare in modo davvero smart i processi operativi e decisionali, ma sono convinto che la spinta obbligata alla digitalizzazione di queste settimane lascerà qualcosa di positivo, certamente in percentuali molto piccole, ma d’altronde si deve pur iniziare da qualcosa... 

Forse, e mi auguro che non debbano passare troppi decenni, si potranno vedere sempre più aziende manifatturiere (dove lo smart working diffuso è di più complessa attuazione) che fondono insieme con successo smart working e lean production chiudendo un cerchio virtuoso che fa bene a tutti: azienda, dipendenti, clienti, collettività. 

E ad essere sinceri non sarebbe poi così difficile da immaginare... “basterebbe” attualizzare e riposizionare nel terzo millennio la straordinaria visione di Adriano Olivetti...


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Foto e testi: Alessandro Barison
Foto di copertina: Progetto My Personal Desk di Emme Italia




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