Centre Pompidou e Atelier Brancusi


Il mio primo incontro con una scultura di Brancusi è stato a Venezia, lo scorso anno, a casa di Peggy, una domenica mattina. Uccello nello spazio. Una forma ancestrale dalle superfici oniriche. Emozione pura. Lo scorso anno avevo incontrato per la prima volta anche il Centre Pompidou, a Parigi, e la fretta, cattiva consigliera, mi aveva fatto saltare l'appuntamento con l'Atelier Brancusi. Quest'anno non ho perso l'occasione per rimediare. Nella sua ricostruzione Renzo Piano utilizza sapientemente le pareti di vetro, senza mai abusarne, per darci degli scorci mai invadenti, per mantenere intatta l'idea di stanza, di involucro indipendente da noi, spettatori non paganti (si, l'ingresso è gratuito). L'effetto a prima vista può sembrare troppo teatrale e scenografico, rischia di lasciare sensazioni di uno spazio morto, immobile, ma i tagli di luce provenienti dal soffitto scaldano l'atmosfera, e in un crescendo continuo di dettagli, dallo studio 1 allo studio 4, la sensazione che resta nella mente è quella di tante polaroid in sequenza, attimi veri e vissuti bloccati in uno scatto. Forme, volumi, superfici, riflessi di luce, oggetti quotidiani, materia plasmata. L'Atelier Brancusi è un piccolo viaggio nel passato, perché rappresenta un interessante documento sulla vita dell'artista, ma è soprattutto un grande viaggio nel futuro, perché le sue sculture rappresentano le origini dell'uomo e il suo slancio verso l'ignoto.

- Immagine: la mia giornata al Centre Pompidou su Instagram

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